La numero 99
Mi preparo alla puntata #100 e faccio ricerche per capire che farne del mio dolore cronico. Finisco per scriverne poematiche.
So I offer you only my deeply affectionate and compassionate thoughts and wish for you only that the strange thing may never fail you, whatever it is, that gives us the strength to live on and on with our wounds.
(Samuel Becket to Alan Schneider, 1963)
Carə monellə,
qui si fa fatica, tanta, troppa. Sono giorni in apnea, con gennaio che dura sei mesi - lo dice la scienza, non venite a contraddirmi o farmi domande in merito - e io che provo a stare al passo ma ho solo voglia di buttarmi sotto la coperta di lana della mia bisnonna e guardare Heated Rivarly per la settantasettesima volta.
Sapete che la prossima puntata di questa newsletter sarà la centesima? Sì, la numero 100. In tutta onestà non so come ci sono arrivata - non so come ci siamo arrivatə. Le uniche due cose che mi vengono in mente sono:
the horrors persist but so do I1
I will succeed because I am insane2
che potrebbero essere riassunte in questa piccola immagine che ho trovato sul web e che sento rappresentarmi molto bene

Niente, io non lo so come si fa a mollare le cose.
Non sono fatta per arrendermi, mi pare questo sia chiaro.
A lei dico sempre che nella vita vorrei diventare più stupida, non più intelligente, che vorrei sapere meno cose, non più cose. Ma poi ci casco sempre, nella roba che mi ricorda che più che fare ricerca, è capire perché fare ricerca per me è così importante, che rende le mie giornate interessanti e questa vita particolarmente carina.
Quindi: sono giorni che leggo di plasticità cerebrale, del meccanismo noto in neuroscienza come “use it or lose it3”: se una via neurale viene usata, si rafforza, e se viene ignorata, si indebolisce. Sono giorni che provo a capire io che vie neurali uso e come le uso. Sono giorni che leggo di come queste vie neurali sono associate alla gestione di un dolore che persiste. Sono giorni che provo a mappare l’architettura del dolore, a farne un catalogo. Cerco ovunque il catalogo della sofferenza, non lo trovo da nessuna parte. Sono giorni che provo a capire se è vero o no, che il corpo accusa il colpo. E se è vero, come mi pare di capire, quanta memoria ne tiene? È destinato a conservare per sempre? O il dolore a un certo punto va in prescrizione? Come un reato, come una colpa, come un delitto?
In preparazione alla puntata #100 - sì, mi pare un grande affare, sarò onesta - avevo in scaletta un pezzo fatto di dati, di visioni, di numeri, di cose artistiche potenti e bellissime. Un pezzo che ci portasse dritti all’archivio della mia malattia, quello che non vedo l’ora di farvi vedere e che allo stesso tempo voglio ancora tenere al sicuro, lontano dal pubblico, roba mia e mia soltanto.
Che fine ha fatto questo pezzo? Chi può dirlo. Vedrà la luce quando meno ce lo aspettiamo. Io, e voi.
Ieri notte ho fatto un incubo. Un sogno, non sono sicura fosse un incubo. Partecipavo a un reality show, o un concorso a premi, qualcosa del genere. Mi infilavano dentro una macchina per valutare il grado di tossicità del mio corpo, e ne veniva fuori un numero altissimo. Allora per farmi proseguire nella traiettoria del concorso (o qualunque cosa fosse) dovevo bere una tanica di roba liquida che mi avrebbe - a detta di non so chi - ripulita del tutto. Dovevo berla seguendo uno specchietto ben preciso: mezzo litro nella prima mezz’ora, mezzo litro tra due ore, settantacinque cl tra due ore e mezza, etc. Lo facevo, seguendo le istruzioni alla lettera, e poi mi rimettevano dentro la macchina per effettuare una nuova misurazione. Sono arrivati i risultati quando è suonata la sveglia. Non sapremo mai come è andata a finire.
Fatene quello che volete, di questo sogno. Io a colazione ho bevuto il caffellatte e mangiato i miei tre biscotti. Poi ho acceso il computer e ho scritto questa puntata qui. La numero 99, quella prima della centesima, quella che mi ricorda che non so come ce la sto facendo, ma ce la sto facendo comunque.
Ho scritto una poematica, ne ho scritta più di una. Perché mi pareva l’unica cosa da fare, perché in qualche modo il linguaggio fatto di equazioni e poesia è l’unico che trova sempre spazio sotto alla coperta della mia bisnonna. Quindi eccole qui. Le mie poematiche sul cervello, sul dolore, sulla sofferenza, sull’identità e sul mio corpo, e sul corpo e sulla mia identità. Le mie poematiche fatte di occhi, di pelle, di tutto. Con quei segni e quelle parole che provano a ripristinare l’ordine delle cose, la loro grandezza, lo spazio che si prendono. Scrivendole pensavo all’homunculus sensitivo. Avete presente quella rappresentazione del corpo umano che ingigantisce le aree più sensibili? Le mani, la bocca, la lingua. Ecco, io se dovessi disegnare il mio homunculus sensitivo da quasi due anni a questa parte ne verrebbe fuori tutt’altra roba. Dimensioni nuove, cose mai viste prima. Forse sarebbe quello un buon punto di partenza per mappare il mio male, per costruire il catalogo della mia sofferenza, l’architettura del mio dolore.

poematica #1
sofferenza = dolore × ripetizione
ripetizione = circuiti + tempo
circuiti + uso = plasticità
plasticità = familiarità - felicità
familiaritಠ= identità
identità = io - consapevolezza
consapevolezza + spazio = io²
io² - dolore = vuoto
vuoto = calma
poematica #2
vedere = occhi + presenza
presenza - pensiero = adesso
adesso × attenzione = consapevolezza
consapevolezza / forma = spazio
identificarsi = io + storia
storia = passato + futuro - presente
identità - vedere = fusione
fusione = io
io = permanente + personale + vero
vero / falso = credenza
credenza × tempo = realtà
vedere - identificarsi = interruzione
poematica #3
corpo = confine + dentro
dentro + dolore = isolamento
isolamento - parole = solitudine
solitudine + voce = connessione
connessione = vedere + essere viste
essere viste × dolore = validazione
validazione = dopamina + ossitocina
ossitocina + ripetizione = condizionamento
condizionamento = dolore > connessione > sollievo
sollievo / solitudine = dipendenza
dipendenza ≠ manipolazione
corpo + corpo = relazione
relazione - dolore = vulnerabilità
vulnerabilità = rischio + desiderio
desiderio - paura = apertura
apertura × corpi = intimità

Lo ha detto bene Bologna. Lo dice sempre meglio Bologna.
Esisto con dolore e stile. E una buona dose di poesia.
Cose che ho letto, visto, sentito
I love it when you love me too. Un progetto che assegna parole all’amore. Una delle mie preferite: “I love it when you try to dissect why you love the way you do”.
Avete mai letto la lettera d’amore che Richard Feynman scrive alla moglie defunta? Io ci penso spesso. “I find it hard to understand in my mind what it means to love you after you are dead — but I still want to comfort and take care of you — and I want you to love me and care for me.“
Arrivo tardi ma ho finalmente visto KPop Demon Hunters (grazie, Elena): interamente da ballare!
Ci vediamo alla centesima, fate ə monellə 💙
gli orrori persistono ma persisto anch’io
ce la farò perché sono un po’ folle
letteralmente, “usalo o perdilo”



Thumbs up (dimensione homunculus) per K-Pop DH ✨