La memoria non si astiene
Del referendum e della nostra vittoria. Del perché le parole sono sempre un sacco importanti. Del sud, e, un pochino, anche del cancro.
vorrei cogliere questa terra dentro l'immobile occhio del bue
La newsletter questa settimana prevedeva fiori, piante, intelligenza distribuita, e dinosauri. Fenomenali poteri cosmici in un minuscolo spazio vitale (cit.).
Invece.
Invece siamo andati a votare per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, e abbiamo vinto. Ed è una sensazione così strana che mi pare un’occasione persa non provare a fissarla nero su bianco. Ci siamo messi a guardare i dati, subito, per capire chi c’è stato e chi no; poi, con la fretta che è propria di questo tempo fatto di intelligenze artificiali e di misurazioni continue, ci siamo subito detti che il sud proprio non ce la fa. Che non ne vuole sapere di partecipare, con la sua affluenza decisamente minore del resto del paese. I dati ci sono, sono ovunque, non c’è bisogno che li riporti qui. Nel paese dove sono nata e vissuta, poco più di quattro persone su dieci sono andate a votare.
Poi mi è venuta la brillante idea di guardare dei post su quel social lì con la effe, che apro una volta ogni sei mesi e non capisco mai perché mi voglio così tanto male, ogni volta. Da lì sono risalita a un altro post su un altro social, abbastanza di merda pure quello; un tizio che si definisce “radicalmente italiano” scrive:
Come sempre il cancro di questa nazione è il Sud.
Vorrei poter dire che la frase mi ha generato molta rabbia, come è successo a Laura Daphne Marziali che pure l’ha intercettata online e ne ha fatto un video su IG, ma mi ha messo addosso, invece, tantissima tristezza.
Ma ripartiamo dalla questione dell’affluenza al sud, prima di spostarci su questa cosa qui.
Si chiama antimeridionalismo
Il diritto al voto in Italia è un principio costituzionale fondamentale (sancito dall’art. 48) che garantisce a tutti i cittadini maggiorenni, uomini e donne, la partecipazione democratica alla vita politica. La sua esercitazione è, di fatto, una scelta libera e personale. Mi sfugge però come si possa provare a mettere a fuoco un problema così complesso dal punto di vista sociale, facendolo ricadere "solamente" nella sfera del privato, del personale (come se il personale poi non fosse quasi sempre politico, comunque). Mi sembra un esercizio proprio farlocco, disonesto. La lettura del dato che molte testate quotidiane hanno offerto è quella - superficiale e approssimativa - della chiave astensionistica: i cittadini e le cittadine del sud non si interessano alla politica. Chiave di lettura superficiale, approssimativa, e - non abbiamo timore a dirlo - antimeridionalista. Una chiave di lettura, cioè, piena di pregiudizi, che taccia il sud di "altro", di "ritardo", di "colpa". Quella stessa che usa la lingua del meridione - e i suoi dialetti - per parlare di delinquenza e di ignoranza (come se i dialetti al nord non esistessero, poi). Quella stessa chiave di lettura che usa l’immaginario comune della bella vita sull’isola (sulle isole) per parlare una lingua fatta di menefreghismo, di nullafacenza, di furberie.
La questione dell’affluenza ai seggi elettorali nel sud del paese non può essere affrontata se non in un contesto ben più ampio che prenda in considerazione fattori strutturali e caratteristiche del territorio che prescindono dalle scelte individuali.
La questione dell’affluenza ai seggi elettorali non può essere affrontata se non parliamo innanzitutto delle persone fuorisede: le persone cioè che lavorano in località diverse da quella della residenza abituale, che è in genere anche il luogo in cui si può esercitare il diritto al voto. L’Italia conta al momento circa cinque milioni di persone che vivono fuori dal proprio comune di residenza, persone che studiano o lavorano “lontano da casa”. La maggior parte di questi flussi migratori partono dal sud e si muovono verso il nord - per questioni sociali ed economiche in cui non ci addentreremo qui. Ora, a differenza delle scorse elezioni europee e del referendum sul lavoro e cittadinanza dello scorso giugno, per questo referendum costituzionale, la possibilità di votare fuori dal proprio comune di residenza non è stata prevista. Questo significa, banalmente ma mica tanto, che centinaia di migliaia di persone dal sud e dalle isole sono state costrette all’astensionismo forzato, vedendosi di fatto negato il diritto al voto.
Ormai tanti anni fa, attraverso la comunità Open Data Sicilia, sono venuta a conoscenza della campagna “io voto fuorisede” e ho avuto il piacere di conoscere - anche se solo virtualmente - Stefano La Barbera, attivista e portavoce della campagna. Sono passati quattro anni da quando Stefano ha pubblicato questo lavoro sulla mobilità in Italia, e poco più di due mesi da quando ci ha comunicato che il disegno di legge per il voto fuorisede è stato finalmente assegnato alla Commissione I del Senato.
È evidente che un diritto come questo - costituzionale e inalienabile - non può essere esposto ai capricci del governo di turno, com’è accaduto per queste elezioni.
E poi c’è la questione della fiducia nelle istituzioni, o meglio della sua mancanza, che però non voglio utilizzare per difendere chi non va a votare (lungi da me), o per scagionare dal senso civico, per venir meno al dovere morale. No. Ma non possiamo parlare dell’esercizio al voto, di quello che significa, di quello che potenzialmente potrebbe valere, senza tenere in conto decenni di soprusi, di negligenza, e di discriminazioni. La sfiducia nelle istituzioni - stimata sempre tendenzialmente maggiore al sud del paese - genera frustrazione, distacco, e un grande senso di impotenza rispetto al proprio futuro e a quello della collettività intorno.
Allora cosa viene prima, la mancanza di cura o la resa? Che radici ha questo astensionismo, come lo possiamo misurare, al di là del numero, del dato, della tabella? Che cosa possiamo fare per capirlo e quindi debellarlo? Io non ho risposte, ma credo sia poco onesto - oltre che discriminatorio - guardare questi dati senza porsi queste domande.
La memoria della Sicilia
Sull’isola, sulla mia isola, la vittoria del no - nonostante l’astensionismo - è stata schiacciante:
in Sicilia ha stravinto il no perché volete bene ai magistrati
mi ha scritto lei - che sa sempre cosa dire. Il segnale dalla Sicilia è arrivato forte e chiaro: la proposta referendaria che vuole modificare l’assetto della magistratura non ci piace, non la vogliamo, e non succederà. Il voto delle persone del meridione ha dettato la risoluzione di questo referendum, e lo ha fatto - nonostante sia stato loro negato il diritto al voto fuorisede - proprio grazie alla terra, alla storia, alla memoria. Le stragi di mafia, la criminalità organizzata, il maxiprocesso, vive ancora tutto troppo fresco nella memoria collettiva, fatta di passato ma anche e soprattutto di presente, un presente che non vuole che si metta mano all’organo della magistratura, e che se ne controllino le sorti.
Perché non parliamo di questo, allora, quando parliamo di sud?
Perché non riconoscere che il futuro può essere in mano agli ultimi, quando riescono a farsi coraggio?
A questo punto della newsletter vi svelo un grande segreto: mi sento molto ipocrita a fare queste considerazioni, e molto ipocrita a metterle giù per iscritto in questa puntata. Cittadina italiana iscritta all’AIRE, emigrata la bellezza di quindici anni fa, ho votato per posta nella circoscrizione estera un paio di settimane prima della mia famiglia e del resto d’Italia. Facile. Crocetta, busta, chiudere, spedire. Facilissimo.
È un privilegio, lo riconosco e ne faccio quel che posso. Mi si presenta spesso la questione del "ma perché dovresti votare per la cosa pubblica in Italia, tu che in Italia non vivi più e nemmeno ci paghi le tasse?". Una questione su cui tornerò, assieme alla più complessa domanda di che cosa significa - per me? - essere cittadina. Cittadina italiana e belga. Cittadina europea.
Io però vengo dal sud. E non riesco a spiegare niente di me, e niente della mia vita, se non passando dal sud. Come scriveva Neruda:
sono del povero sud, di dove viene la mia anima
e c’è in quel "povero" molto più di quel che povero significa.
Anche di questo parlerò un’altra volta.
Ma ora mi assale nuovamente una tristezza immensa per quella frase lì, becera e violenta:
il cancro di questa nazione è il sud
L’esclusione è doppia, perché questo insulto - che so non aver nessun peso, lo so bene - mi tocca in quanto persona del sud (con tante persone che amo che al sud ancora vivono) e persona che un cancro lo ha avuto. E mi rendo conto di quanto lavoro ci sia da fare, per allontanarsi da questa narrazione che vede la malattia - quella di un tumore soprattutto - come uno scarto, un rifiuto, una maledizione. Una roba stigmatizzante, erbaccia da estirpare.
Rimango addolorata, e a questo dolore proverò a dare un senso, promesso. E quel senso, quando lo trovo, ve lo restituisco pure.
La settimana prossima, intanto, fiori, piante, intelligenza distribuita, e dinosauri. Promesso.
Cose che ho letto, visto, sentito
Caratteri cubitali ha fatto un lavoro immenso di raccolta dati sull’accessibilità dei festival italiani. Leggetevi tutto qui.
Ho visto "It was just an accident". Un film molto bello. Mi ha commossa e divertita allo stesso tempo.
Sto leggendo il primo volume di "Ballad of Sword and Wine". Che bello!
A presto, e fate ə monellə. vvb.





credo che tu abbia più diritto, per vicinanza, interesse, visione, attaccamento, affetto di votare di tanti che questo paese lo abitano ma non lo vivono. contribuendo a renderlo poco vivibile.
Grazie, Paola. Io la residenza adesso ce l'ho al nord, ma non posso fare a meno di pensare a quella volta in cui facevo un master a Roma nei weekend, e quindi vivevo in un convento di suore pochi giorni al mese e non potevo spostare la residenza, né tornare a casa per votare il lunedì perché le lezioni finivano la sera e per arrivare da Roma ad Agrigento ci vogliono 12 ore e io ho una disabilità non riconosciuta che non mi permette di fare 8 ore di lezione + 12 ore di autobus di seguito. O a quella volta in cui vivevo a Milano e non potevo spostare la residenza perché avevo un contratto di stage non retribuito di tre mesi e una sistemazione estremamente provvisoria. O a quella volta in cui vivevo in Veneto ma mi dovevo sposare in Sicilia e quando è stata annunciata la data delle elezioni era troppo tardi per cambiare un biglietto aereo che mi era già costato un'inifinità.
Non faccio a meno di pensare a tutte queste volte, tutte quelle volte in cui leggo il solito "Se vivono al nord, spostino la residenza al nord e vadano a votare!"