Interludio
Interruzione, intermezzo. Forse è nel centro delle cose, che dobbiamo imparare a stare.
Like you, I was born. Like you, I was raised in the institution of dreaming. Hand on my heart. Hand on my stupid heart.
Mi sono seduta a scrivere questa newsletter pensando di volerla intitolare interludio. Non mi succede mai di sapere il titolo prima di decidere di cosa parlare, che cosa raccontare. L’ultima puntata - che è una delle eccezioni - ha portato un po’ di persone nuove in questo spazio. Io spero che deciderete di restare, quando vi renderete conto che qua si disegnano un sacco di scarabocchi e si fanno spesso pasticci - ma se andrete via immaginerò che sia verso luoghi migliori, dove si trova un poco di luce, che del buio siamo tuttə un po’ stanchə.
interludio s. m. [dal lat. mediev. interludium, comp. di inter- e ludus «rappresentazione, spettacolo»]. – brano di musica, strumentale o corale, eseguito tra due scene, quadri o atti di un componimento vocale-strumentale […] 2. fig., letter. Intermezzo, breve serie di fatti che costituisce una parentesi, un’interruzione, un diversivo nel normale andamento delle cose
Interludio. Interruzione, intermezzo.
Un diversivo nel normale andamento delle cose.
Il normale andamento delle cose.
Non esiste un normale andamento in questa newsletter - ma chi vogliamo prendere in giro: forse non esiste un normale andamento di nessuna cosa. Forse è per questo che il mio cervello è bloccato a “interludio”. Non so ancora che forma abbia o che parole usi, ma è una pausa, una sosta, è un respiro.
Mi sono svegliata una decina di giorni fa, era giusto iniziato marzo, e il cielo era blu, terso, ed è rimasto blu per tutto il giorno. Ho scattato un paio di foto, le ho mandate a lei. Ci salverà la primavera, mi ha risposto. Anche quello però era un interludio, una parentesi, un pacco recapitato al mittente sbagliato, un errore, o una cosa giusta durata troppo poco. Rimane il tempo, la mia prigione più stretta. Troppo presto, troppo tardi, troppo breve, troppo poco. Non so proprio come uscirne.
Interludio. Interruzione, intermezzo.
Ho iniziato una nuova fisioterapia, è dolorosa come poche cose nella vita, almeno nella mia vita. L’obiettivo della manipolazione è quello di rompere i tessuti fibrotici nel seno, lì dove possibile, e nelle zone limitrofe, riducendone la rigidità. L’obiettivo però non è quello di curare, perché non c’è guarigione da ottenere. Il mio corpo di prima non esiste più e non tornerà mai più. Lo sapevo, ovviamente, me ne ero già accorta e me lo avevano detto in ospedale, durante le cure. Te lo spiegano con tante parole diverse, te lo ricordano in tanti momenti, perché poi a un certo punto tu devi essere pronta.
Sopravvissuta e nuova.
Sopravvissuta e grata.
Sopravvissuta e diversa.
Un’altra versione, non per forza peggiore - ti dicono - sarà ancora il tuo corpo, ma sarà anche qualcos’altro. Qualcos’altro cosa? chiedi tu. Lo scoprirai vivendo - ti rispondono.
Interludio. Interruzione, intermezzo.
La nuova fisioterapista è competente, gentile, premurosa. Mi chiede il permesso prima di toccarmi, mi chiede persino se possiamo parlare di alcune cose, se mi sento abbastanza al sicuro per poterlo fare con lei. Si gira mentre mi spoglio, mi fa sdraiare sul lettino e poi mi copre con una gentilezza disarmante. Quando sono pronta si siede, si fa vicina a me, e mi guarda in volto, e io lo sento, che mi cerca con lo sguardo. Così mi sforzo di guardarla anch’io, distesa, scoperta, nuda, e solo quando sono riuscita a centrare lo sguardo, lei capisce che può iniziare, che possiamo iniziare. Mi ricorda di respirare, quando il dolore è troppo intenso e il mio corpo si irrigidisce. Mi chiede scusa quando piango, io le dico che non è certo colpa sua. Sono le mie, le mani - mi risponde. E io allora piango un po’ di più.
Interludio. Interruzione, intermezzo.
Questa fisioterapia richiede tantissime energie al mio corpo. Quando torno a casa mi sento come se avessi scalato una montagna, come se mi fosse passato sopra un camion. Voglio solo sprofondare a terra, sul tappeto, o a letto sotto il peso di una coperta massiccia, e mettermi a dormire. Questo corpo non funziona più - ho detto alla nuova fisioterapista. Lei ha accennato un sorriso, uno di quelli tristi, il capo inclinato verso il basso, io piangevo già - non so più se per il dolore o se per il male al cuore. Non dice niente, forse non mi ha sentita. Non funziona più, le ripeto. Annuisce leggermente, allenta la pressione sulla mia carne, sui miei muscoli, sulla pelle.
Forse funziona solo in un modo diverso.
Sta guarendo dal cancro, certo che funziona.
È ancora vivo, questa è già una grande cosa.
Potrebbe dire così tante cose. Invece mi sorride, forse non ha le parole adatte, forse sa che non ne esistono, forse sa di non poter sapere. Se vuoi parlarne, ti ascolto - mi dice.
Mi manca il mio corpo di prima, inizio a dire, ma non ho energie per altre parole, e il resto lo tengo per me. Prende dimora nella mia testa, assieme ai pensieri che se ne stanno accucciati nel cassetto dedicato alle “cose del cancro”. Chi ero prima, cosa facevo prima, cosa desideravo prima. Che cosa potevo fare prima, che cosa mi importava fare prima.
Interludio. Interruzione, intermezzo.
Un giorno la parentesi si chiuderà e arriverà il futuro. Così mi pare di capire, non sono sicura. Il futuro. Alcuni ne parlano come di un posto verso cui si stanno già incamminando. Lo descrivono con certezza. Le città, le carriere, le famiglie. Le finestre che danno sul mare, sui fiumi, sull’acqua. Ne parlano con quella sicurezza di chi crede che il tempo si schiuda davanti a loro, che li aspetti pazientemente oltre l’orizzonte.
Parlano come se la strada fosse già lì.
A volte li ascolto e mi chiedo cosa si provi a vedere così lontano.
Io ci vedo male, ma non è buio quello che vedo - il buio sarebbe almeno onesto. Il buio ti dice: qua non c’è niente. Niente da vedere, niente da vivere, niente da sperare. Io vedo una cosa più vaga, forse è nebbia. Non è fitta abbastanza da impedirti di camminare, ma è abbastanza fitta per rendere ogni passo incerto, abbastanza da rendere l’orizzonte invisibile, irraggiungibile. Non importa quanto a lungo tu lo fissi, lui non appare mai del tutto. Il futuro si fa un corridoio stretto e lungo, e non si apre mai in nessuna porta.
Interludio. Interruzione, intermezzo.
Forse è nel mezzo delle cose, che dobbiamo imparare a stare. Nel mare dei nostri desideri naufragati, nell’oceano delle cose che non funzionano più, su questo pianeta e in questo tempo storico. Nella rete delle nostre tragedie personali. Nelle nostre malattie e nei nostri dolori, nei nostri traumi. Nelle mancanze che vorremmo colmare, nelle assenze che dobbiamo accettare. Forse è nel mezzo delle cose, che dobbiamo imparare a stare. Nelle cose che non si dimenticano, e non si possono dimenticare, ma che un giorno dobbiamo prendere e mettere in un posto, tenerlo in mano, come si tiene in mano un sasso, e metterlo in tasca. Spostarlo sul comodino come fosse un fiore in un vaso. Uscire di casa, e poi ritornare e ritrovarlo lì. Forse è nel centro, che dobbiamo imparare a stare. Dove tutto brucia lentamente, come una candela che non si arrende, ma niente crolla mai del tutto. Dove la vita non è troppo insopportabile per farci decidere di lasciarla, ma non è nemmeno abbastanza bella, o piena, o gustosa, da farcela scegliere pienamente, con convinzione. Forse è nel centro delle cose, che dobbiamo imparare a respirare. Dove i sogni esistono ma senza prepotenza, e dove la speranza vive ma respira un po’ col fiato corto. Una trattativa silenziosa, quasi taciuta, tra la sopravvivenza e la resa.
Forse è lì, che viviamo già.
Forse è per quello, che siamo vivə.
Interludio. Interruzione, intermezzo.
Un brano di musica eseguito tra due scene.
Cose che ho letto, visto, sentito
La frase in apertura arriva da questa poesia: “Meditations in an Emergency”. Grazie a Tristan per avermela mandata.
Ho amato molto questo numero di i think we’ll be okay: “You will live on, even after you are gone”
La nostra rabbia, una salvezza. Grazie Alice Orrù per questo pezzo meraviglioso.
Fate ə monellə, vvb ❤︎




se piango, vale? 🍬