I maschi che vorrei
Ted Lasso sarà pure una serie nicecore, ma per me è soprattutto un prodotto mediatico fatto di uomini. Uomini migliori.
Be curious, not judgmental - Ted Lasso
So di essere molto “late to the party”, ma sto finalmente guardando Ted Lasso, e credo sia impossibile - assolutamente impossibile - fruire di questa serie tv senza desiderare di parlarne a ruota e scriverne a manetta. Sicuramente è impossibile per me, quindi eccoci qui.
Attenzione: questa newsletter contiene spoiler! La serie è uscita nel 2020, nel bel mezzo della pandemia, ma se arrivate tardi come me e ancora non l’avete vista, magari questa puntata non vi va di leggerla. Fate voi :)
Ted Lasso è una serie a tutti gli effetti appartenente al genere nicecore; io non sono un’esperta di media, ma forse è la serie nicecore in assoluto: mette al centro dei suoi personaggi e delle loro storie la gentilezza, la speranza, l’ottimismo. Ne fa i loro punti di forza, ma anche quelli di debolezza. Non ridicolizza il dolore: non mancano di certo le difficoltà, le tribolazioni, non mancano persino le tragedie. Si intravede, però, sempre, una piccola luce in fondo al tunnel. Una boccata d’aria fresca in un’estate torrida e afosa, con le finestre spalancate su un orizzonte nuovo.
Nicecore feeds our craving for light and fluffy, while still keeping its awareness that the world is, well, a dumpster fire (Jacob Trussell)
Il mondo brucia, e questo è indubbio, ma noi abbiamo bisogno di leggerezza, di un po’ di calore, anche nelle cose che guardiamo e in quelle che leggiamo, senza mai perdere consapevolezza che la vita là fuori rimane complicata e spesso brutale. Ecco, questo Ted Lasso lo fa magnificamente.
La serie racconta la storia di un allenatore di football americano che viene ingaggiato per allenare una squadra di calcio inglese, l’AFC Richmond a Londra, nonostante non sappia assolutamente nulla di questo sport. Ted Lasso è un concentrato di folti baffi, disarmante ottimismo e ostinata gentilezza. Nel corso della serie, quello che dice e come lo dice (la scrittura è tenera e divertente come poche) fa breccia nel cuore di tante persone, cambiando la rotta delle vite intorno a lui e quella della squadra di calcio di cui è responsabile.
La serie conta tre stagioni, una quarta è stata ufficialmente annunciata e debutterà quest’estate. Io ho visto le prime due stagioni, e poi non sono riuscita ad andare avanti. Questa cosa a me succede spesso soltanto per un motivo: quello che ho visto mi è piaciuto così tanto, mi ha scosso così tanto, mi ha smosso dentro così tanta roba, che devo prendermi del tempo per assimilarla per bene, per farle posto nella gabbia toracica, per mettere un po’ di ordine nel sovraccarico emotivo. Solo dopo riesco ad andare avanti.
Oggi scrivo questa puntata perché voglio vedere come va a finire.
C’è un episodio nella seconda stagione, l’episodio numero 8, si chiama “man city”, e c’è una scena in questo episodio, e se avete visto Ted Lasso sapete già di quale scena sto parlando, una scena che io l’ho vista, ho pianto, ho spento la tv e mi sono detta: ok, ora capisco.
Ogni storia dentro Ted Lasso ha a che fare con un padre: ogni storia, soprattutto se declinata al maschile, ha a che vedere con un uomo che o guarisce dal proprio padre, o ne ripropone comportamenti e parole. Non esiste una via di mezzo. Il ciclo si ripete, o si spezza. Ted Lasso è l’uomo buono per definizione dentro questa serie, è il personaggio principale, sorride sempre e ha sempre una parola buona per ogni persona che ha la fortuna di incontrarlo. Ma Ted Lasso, figura paterna per i suoi calciatori, in realtà non fa che fuggire: resiste la terapia, fugge dal proprio divorzio, fugge dal proprio figlio, fugge dal trauma che è stato e che è ancora il suicidio del padre. Un padre che se ne è andato schiacciato da un dolore troppo grande, un dolore mai espresso. Scrive Kevin Roy sul Baltimore Sun:
My father struggled with the legacy of his abusive father, and he died without talking with me about the toll that it took on him.
Questo è Ted Lasso. Un ottimo padre adottivo per tutti i calciatori di Richmond, ma la sua ossessione nel voler far stare bene tutti gli altri è la stessa repressione emotiva che il patriarcato insegna a ogni uomo. È solo coniugata in un’altra voce, forse confezionata in un modo un po’ più gentile, più tenero. Un modo che ti fa volere molto bene a Ted Lasso.
Jamie Tartt è il personaggio che però amo di più in assoluto. Va protetto ad ogni costo. Arriva nella serie a gamba tesa, arrogante, egoista, anche parecchio stronzo, diciamolo. Poi scopriamo che è cresciuto con un padre violento, che lo ha sempre trattato malissimo, usando le sue prestazioni sportive come moneta d’affetto. Il valore di Jamie dipende da quanto è bravo in campo. Lui questo sa, questo ha imparato, e questo sa ripetere. La svolta arriva proprio durante quell’abbraccio di cui scrivevo prima, quello che avete visto poco fa: è un punto di non ritorno per la guarigione di Jamie (non è redenzione, è una cosa molto diversa) - ed è un punto di non ritorno per la guarigione del suo rapporto con Roy Kent. Quell’abbraccio, che sicuramente commuove per il grande carico emotivo, in realtà apre un varco di vulnerabilità e di seconde possibilità. Nel momento silenzioso e doloroso del padre che viene cacciato via, nell’incredulità di tutti gli altri giocatori, col fiato sospeso e i corpi come congelati, Jamie e Roy ci mostrano - e lo mostrano a tutti gli altri uomini presenti, forse per la prima volta in modo autentico, lontano dalle forzature di Ted Lasso - che non sei forte se resisti, ma sei forte se ami. Jamie ci mostra che non importa quanto riesci a sopportare, ma importa piuttosto cosa decidi di fare del tuo dolore, e Roy ci mostra che essere forti può essere semplicemente questo: aprire le braccia ed esserci quando qualcuno non sa più come si fa.
Ora, non devo sottolinearlo, o forse sì, perché il punto è proprio questo: questa roba è tutta declinata al maschile. Tutta declinata al maschile.
La serie ci mostra anche altri modi di essere padre: Roy Kent, per quanto burbero e scostante, è una figura paterna per la nipote Phoebe, il cui padre invece è assente e inutile. Sam Obisanya ha un padre amorevole e presente, gli telefona, lo guida, gli fa domande, si interessa. Rispetta le sue decisioni. E questo fa una grande differenza: Sam è sicuro di sé senza risultare arrogante, riesce a prendere posizione senza bisogno di approvazione, senza prevaricazione. E poi c’è Higgins, chiuso nel suo sgabuzzino, liscio e senza spigoli, con la serenità che possiede chi sa che ha fatto i compiti a casa, il lavoro che gli spettava, la serenità di chi ha guardato la propria ferita, le ha dato il nome che era più giusto, e poi ha deciso cosa farne, del proprio dolore:
I try to love my dad for who he is and forgive him for who he is not.
Provo ad amare mio padre per quello che è, e a perdonarlo per quello che non è.
La seconda stagione si chiude con un primo piano su Nate, il personaggio che ho avuto più difficoltà a comprendere, ad accogliere, ad accettare. Penso adesso di stare capendo perché. A differenza di Jamie, Nate non ha un padre violento, ma ha un padre silenzioso, emotivamente non disponibile, chiuso, incapace di dirgli che è orgoglioso di lui o di mostrare interesse genuino nella sua vita. Nate cresce desideroso di attenzioni, assetato e affamato, e quando Ted Lasso si distrae e interrompe il filo di alimentazione continua, quello fatto di fiducia e di riconoscimento, Nate rivive le ferite dell’abbandono. Non si chiede come fare a superare questo dolore, non si ferma a capire che cosa sia possibile farne: assolutamente incapace di scrutarsi dentro, decide piuttosto di distruggere tutto. È più facile lasciarsi andare alla rabbia, al senso di impotenza, alla frustrazione. È più facile cadere nel silenzio e nell’isolamento. È più facile replicare le catene piuttosto che spezzarle.
Non so cosa succederà a Nate, ma mi immagino una seconda possibilità anche per lui, forse per mano di Ted Lasso. O forse, più probabilmente, per mano di tutti loro assieme, perché la serie mostra chiaramente che stare al mondo come uomini - questa roba qui della mascolinità - venduta come una serie di prestazioni individuali, davvero non funziona, non può funzionare. Ed è questo che mi muove a compassione - è questo sentimento che spesso si mischia alla mia rabbia e alla mia frustrazione contro un sistema violento e oppressivo che non fa male solo alle donne, ma fa male a tutti quanti. Sii il più forte, vinci da solo, non chiedere aiuto, non mostrare le tue debolezze, non farti trattare male e se qualcuno ti fa un torto, puniscilo. Attacca per primo. Mostra che sei il più forte sempre e comunque, anche con la violenza, se necessario. Ma non funziona, non può funzionare.
Anche gli uomini hanno bisogno di connessione, di reti di supporto, di abbracci. Quella storia che non ci si salva da soli, è vera per tutti, è vera per noi donne, ed è vera per gli uomini. Jamie dà il meglio di sé quando passa il calcio di rigore a Dani (scena da cui non riesco a riprendermi), e Roy dà il meglio di sé quando abbraccia Jamie, prima, e quando lo perdona, dopo. Nell’ultima puntata della seconda stagione, dopo il funerale del padre di Rebecca (altra relazione con un padre molto complicata) Jamie confessa a Keeley di essere ancora innamorato di lei. Roy - che sta con Keeley - lo confronta, e Jamie - con un candore che stona e che sa dell’incredibile, quasi - gli dice che ha pieno rispetto per entrambi e per il loro rapporto, e che gli dispiace di aver oltrepassato quel confine. Roy è incredulo, ma non lo picchia, non urla, non alza la voce, lo ascolta e poi, incredibilmente, stupendo soprattutto se stesso, lo perdona.
L’abbraccio di qualche puntata prima, quel varco di vulnerabilità, ha aperto la porta a un modo nuovo di comunicare, di stare, di dirsi le cose anche quando sono molto complicate, dolorose, anche quando sono macchiate di vergogna. Una vergogna declinata al maschile che è sicuramente difficile da abbattere, ma che Ted Lasso vuole distruggere a tutti i costi. Una storia dopo l’altra, con questi uomini nuovi in grado di ascoltare le proprie emozioni, in grado di riconoscere il proprio dolore, di dargli un nome e di sedergli accanto. Per smettere finalmente di esserne succubi, per smettere finalmente di tramandarlo. Per estendere a se stessi e agli altri la grazia di una nuova possibilità, di un modo diverso di stare al mondo.
Cose che ho letto, visto, sentito
Ho finito di vedere Expats, non mi è dispiaciuta, ma il senso di incompiutezza mi ha lasciato pruriginosa. Forse era quello il punto.
Un progetto per spedire un segreto. La pagina IG è un gioiellino.
E voi, avete visto Ted Lasso? Fate ə monellə <3







Che bella, che bella puntata, Paola! Io ho amato profondamente Ted Lasso, e TU sei riuscita a restiuire questo senso di liberazione che si prova nel guardarlo (soprattutto se sono maschi a farlo). Io, già dopo le prime puntate ho pensato: "Voglio essere amico di Ted Lasso".
Buona visione per la terza stagione 😊.