Ho preso un treno per tornare da te
Tutti i treni della mia vita e il mio primo tatuaggio.
Ho scritto una lettera d'amore una volta
Ti pensavo così forte che poi mi è salita la pressione
Ci siamo lasciatə nel mezzo delle cose. È dal centro delle cose - restando in questo interludio che continua - che mi sono mossa per andare a prendere un treno (e poi un aereo e poi un altro treno), e andare lontano, e vedere persone, e fare cose.
Ho preso un treno per venire da te.
Faceva così una canzone de Lo Stato Sociale del lontano 2012; io - da poco in terra straniera - l’avevo imparata a memoria (sapevo tutto l’album a memoria). Era il tempo di una lingua nuova, e della scoperta dell’amore per le cose che si ripetono. Per gli scatti che si ripetono. Facevo sempre le stesse fotografie. Sceglievo un soggetto, lo immortalavo in contesti, situazioni, giorni, momenti. Con i treni mi riusciva benissimo. Prendevo un treno, scattavo una foto. Ne prendevo un altro, scattavo un’altra foto. Avevo la galleria di Facebook piena. L’album lo avevo intitolato "ho perso un treno per venire da te", perché mi sembrava buffo che bastasse invertire due lettere per stravolgere il senso delle cose. Poi sotto qualche foto, quando la caricavo, scrivevo "preso" e sotto qualche altra scrivevo "perso", immagino a seconda dell’umore, della natura del viaggio, delle circostanze. A volte ci scrivevo che "tornavo" da te, a volte che "venivo" da te. Mi affascinava quest’idea del viaggio come movimento tra luoghi, attraverso le direzioni, ma anche e soprattutto attraverso il tempo. Perché se torni da qualche parte, da qualcuno, vuol dire che ci sei già stato, e allora il tempo conta tanto quanto lo spazio, e forse per questo io non l’ho mai capito davvero.
Ho perso un treno per venire da te.
"Te" nelle mie foto era quasi sempre una città; poi dentro la città ci avrei trovato altro, certo. Prendevo un treno, facevo una foto, e così avevo la galleria piena di treni. Scatti in bianco e nero e scatti a colori, scatti dai filtri discutibili. Treni gialli e blu, treni rossi e bianchi. Treni verdi. Treni all’alba e treni al tramonto. Treni in stazioni solitarie, treni in arrivo sui binari. Treni in riposo, treni in marcia. Treni di notte. Il 24 febbraio del 2016 caricavo una foto e scrivevo "ho preso un treno per venire da te. Tokyo, Japan". Quattro giorni dopo un altro per Nikko. Qualche mese dopo c’è un treno per il mio primo viaggio a Barcellona, poi ce ne è uno per gli Stati Uniti, e ancora un treno per l’Inghilterra, uno per la Polonia, per la Germania, per la Scozia. La Slovenia, la Francia, il Portogallo, e la Turchia.

Ho iniziato a scattare foto ai treni che ho preso e a quelli che ho perso nel 2013. Sono passati tredici anni e non mi sono più fermata. Ho smesso di caricarle online, su una piattaforma o un social, e di questo mi dispiaccio perché adesso è più complicato arricchire lo scatto con la destinazione, l’umore, la direzione del viaggio. Forse però non mi serve più, forse va bene così. Forse è arrivato il momento di fotografare altro, di fare spazio, di allargare l’obiettivo. Non so.
Ci siamo lasciatə nel mezzo delle cose. È da lì che ho preso un treno, un treno per Milano, seguito da un treno per Torino. Poi ho rifatto tutto all’incontrario, con altrettanti treni, e sono ritornata a casa. Ho passato tre giorni altrove, in un altro spazio e in un altro tempo, e ho provato a fare quella roba lì di prendere le cose che non passano, quelle che non riusciamo a curare, quella roba di poggiarle sul comodino che tanto poi quando torni stanno ancora lì. Ce l’ho messa tutta. Ho lasciato che le cose mi portassero altrove, che quei treni mi portassero altrove.
Ho preso un treno per tornare da te - un pensiero naturale, un istinto, un riflesso.
A Milano ho fatto un tatuaggio, il mio primo. Se siete qui dall’inizio, forse sapete già di che cosa parlo, forse ve lo ricordate. Era agosto del 2024 e io scrivevo questa puntata qui:
I’m allowed è un tempo passato che però parla di presente. Una certezza. Una consacrazione. Un dono. Una promessa che ci siamo fattə, in un momento di amore e di grande bellezza, una promessa che ci ripete che possiamo, che ne abbiamo il diritto, che va bene così, proprio così. Solo che spesso ce ne dimentichiamo, perché la vita va veloce, e scorre, e si sa che da adultə finiamo tuttə dentro la boccia coi pesci rossi, nostro malgrado, ad affondare, a nuotare, a lavorare, a respirare sott’acqua, a imbrogliare, a scrivere trame, a ricamare storie.
Chiudevo quella newsletter con queste parole:
Io non vedo l’ora di guarire, di farmi un tatuaggio, questo tatuaggio qui, questa linea sottile da indossare sulla pelle come un amuleto: I’m allowed.
E allora a Milano l’ho fatto. Sono andata da Rita. Ci siamo abbracciate, abbiamo chiacchierato. Poi mi sono stesa sul lettino, ed è successo. Adesso quelle parole sono sul mio corpo, hanno trovato casa su di me, sotto la pelle, vicino al cuore che più vicino di così non si respira. Sento molte cose a riguardo, ma così tante che non so da dove cominciare.
A Torino poi ho fatto molto altro - ho visto persone importanti, sono stata a un concerto, mi sono svegliata accanto a lei.
E forse non ho ancora avuto il tempo di sentire le cose per bene, che è il solo modo di sentire che conosco. Forse non ho ancora avuto il tempo di fare spazio e mettere ordine. Forse, però, è solo che non c’è ordine che regga nel tumulto di questi tempi, e quindi va bene così. Forse in questo interludio eterno bisogna solo riuscire a fare caso a quando si sta bene, a quando il cuore batte forte, tra un treno e l’altro, con gli occhi pieni di curiosità e le mani piene di altre mani.
Allora non me ne vogliate, io oggi chiudo così, quasi in fretta e furia, perché raccontarvi di quello che sento mi costringerebbe a distogliere lo sguardo, e non sono ancora pronta a farlo.
Cose che ho letto, visto, sentito
Ho visto i dinosauri su Netflix. Quanto sono lunghi duecentocinquanta milioni di anni? Chiedo per me.
È tornato Davide Cardile. Al 99percento, che a me pare comunque un sacco.
Da un po’ che non vi lascio musica. Oggi vi regalo questa performance di John Grant. God, I love him.
Fate ə monellə ❤︎






Grazie di cuore, per come sai mettere in parole le emozioni, anche le più complesse. Riesci a dare voce a chi ti legge, a far commuovere, a far riflettere, a far mettere a fuoco. Grazie davvero. ♥️