Hamnet
Le poesie di mio nonno sono sopravvissute alla sua morte. Ce lo ricorda Hamnet: l'arte è l'unico mezzo che abbiamo per oltrepassare il confine della morte e sopportare l'incertezza della vita.
Attenzione: questa newsletter contiene spoiler sul film Hamnet, leggete a vostro rischio e pericolo :)
Until we solve immortality, the void is coming for us all. How can you sit in the tension of impermanence and keep your heart open?
Chloé Zhao
Il carnevale e le poesie di mio nonno
Ho sempre odiato il carnevale. Forse però odiato non è il verbo giusto. Diciamo piuttosto che mi ha sempre messo addosso un incredibile senso di irrequietezza, ma soprattutto di tristezza. Non sopportare le luci, i colori, e i suoni assordanti tipici di una sfilata in maschera non mi è certo stato di aiuto, così non mi è stato di aiuto aver paura dei travestimenti. Provo a spiegarmi: da piccola guardavo le persone vestite da qualcosa altro, ed è come se il mio cervello smettesse di funzionare, come se non riuscisse a coniugare l’idea di una persona e dei suoi tratti in un modo nuovo. Improvvisamente vestiti diversi, buffi, fuori contesto, fuori luogo, a volte persino un viso diverso, una maschera, certo, ma pur sempre una faccia, e un nome, un ruolo, una cosa. Io semplicemente non lo capivo, e come tutte le cose che non capivo, ne avevo paura.
Nel paese sull’isola, quello in cui sono nata e cresciuta e che ho chiamata casa per tanti anni, in quel paese lì il carnevale è tanta roba: carri allegorici, festa, suoni, addobbi, luci. E il martedì sera, a mezzanotte in punto, il rogo di re carnevale in mezzo alla piazza principale. Ho qualche ricordo di papà che mi portava, da piccola, e forse mi chiedeva se volessi essere presa in braccio per vedere meglio. Sono sicura di aver sempre detto di no, perché io non lo capivo ancora, ma là non ci volevo davvero stare. C’era un momento nelle feste di carnevale, però, un momento che sono sicura di aver vissuto - e di aver vissuto in anni diversi, tanti quanti la vita me ne ha concessi - che purtroppo non ricordo, e che invece mi piacerebbe tantissimo ricordare. (Penso spesso che il mio cervello non abbia capito bene come funzionano i meccanismi di preservazione e sopravvivenza).
Il momento è quello in cui mio nonno sale sul palco e si mette a recitare le sue poesie. Me lo ha ricordato mia sorella qualche giorno fa, e poco dopo me lo ha ricordato un post online. Incollo qui alcune parti (uso le sue iniziali, e salto alcuni pezzi):
Ci piace fermarci un momento, quasi in silenzio, a ricordare GS, poeta contadino dall’animo gentile e dallo sguardo fiero. Nel Carnevale del 1998 lasciò il segno con due poesie che ancora risuonano come echi tra le strade di Avola. GS era un grande lavoratore. Sempre ordinato, elegante nei modi e nel vestire, portava addosso la dignità della terra e la fierezza delle parole. Era poeta e contadino, ma soprattutto uomo del suo tempo: amico e compagno quotidiano di tanti studenti del Sessantotto, con i quali condivideva sogni, speranze e battaglie.
[] praticò l’arte più nobile: la poesia. Come tanti del popolo avolese, seppe far vibrare le parole insieme al canto e alla musica, perché la poesia, quando nasce dalla terra e dal cuore, non ha bisogno di timbri né di firme altisonanti. Così vogliamo ricordare GS: tra la folla attenta, con la voce ferma e il cuore acceso, mentre dona alla sua gente parole che sanno di terra, di lotta e di bellezza. Perché finché qualcuno si fermerà ad ascoltare, la sua poesia continuerà a camminare con noi.
Nel 1998 io avevo quattordici anni. Potrei ricordarmelo, e invece non me lo ricordo. Di quando è morto mio nonno ho scritto in questa puntata qui. Di come lo avevo visto per l’ultima volta tremendamente piccolo e quasi invisibile.
Mio nonno era però soprattutto "voce ferma e cuore acceso", e io ho sperato per tantissimo tempo che questi tratti fossero contagiosi, in qualche modo.
Quando mio nonno è morto mi sono chiesta dove fosse finito. Me lo chiedo sempre, quando muore qualcuno che amo. Dove va a finire un uomo alto, grande, grosso, dove vanno a finire i suoi sogni e dove se ne va la luce dei suoi occhi. Dove vanno le sue parole, che fine fanno i suoi pensieri. Dove vanno le sue cure, le attenzioni, la voce ferma e il cuore acceso. Dove è quel posto grande abbastanza da contenere tutto? Tutto di tutte le persone che muoiono?
Dove vanno a finire tutti i cuori che battono
Qualche settimana fa sono andata al cinema a vedere Hamnet. Il film, adattamento cinematografico del romanzo Hamnet di Maggie O’Farrell, diretto da Chloé Zhao, racconta la storia della famiglia di William Shakespeare e Agnes Hathaway. Lui scrittore e tutore di allievi, lei donna selvaggia in contatto ravvicinato con le forze nascoste della natura. Quando si incontrano per la prima volta, lui le racconta la storia di Orfeo ed Euridice, lei gli preme le dita nell’incavo della mano e gli racconta il futuro. Il suo futuro, il loro futuro. È un futuro fatto di amore, di una casa insieme, di una bambina di nome Susanna, prima, e di due gemelli, Hamnet e Judith, dopo. È un futuro che vede William partire per Londra, per cercare lavoro, per cercare fortuna.
È un futuro, però, fatto anche di morte, di grande, insopportabile dolore. A soli undici anni, Judith si ammala di peste bubbonica. Il fratello Hamnet, interpretato da Jacobi Jupe - che immagino diventerà una stella del cinema - vuole salvarla a tutti i costi, e si sdraia a letto al suo fianco, facendo finta di essere Judith e provando così a ingannare la morte. Il trucco riesce e Judith guarisce, ma Hamnet si ammala gravemente, molto velocemente, e poco dopo muore.
È questa la scena tanto acclamata dalla critica, quella in cui Agnes - Jessie Buckley - si rende conto che il figlio è morto, e si lascia squarciare in due dal dolore.
Io non sentivo una cosa così al cinema da un po’. Questa scena, che dura qualche minuto in tutto, è uno dei due motivi per cui questo film va guardato in sala. Quando Agnes piange e urla, tu, tu che guardi da questo lato dello spettacolo, hai improvvisamente bisogno dello spazio intorno a te per far posto a quel suono, e hai bisogno del buio, e hai bisogno delle persone intorno a te, hai bisogno dei loro singhiozzi, e della loro presenza assenza. Quel dolore così, quel dolore coniugato a quel modo, ha bisogno di respiro, di rispetto, forse persino di devozione.
Agnes - Buckley - quel dolore lo indossa come un vestito, come una ferita da cui non c’è più ritorno. Si siede sul suo volto, nelle sue spalle, nei movimenti rigidi di tutto il suo corpo, dentro le crepe delle rughe, intorno agli occhi, dentro agli occhi. È un dolore tutto suo, e in qualche strano magico modo - come solo l’arte sa fare - diventa un po’ anche tuo, di te che guardi da questa parte dello schermo.
Agnes quel dolore lo indossa così fino alla fine del film, o quasi.
William, interpretato da Paul Mescal, intanto rientra da Londra, e anche lui deve fare i conti con la morte del figlio. A un certo punto del film dice che non fa che pensare a dove possa essere finito Hamnet, qualunque cosa faccia, ovunque sia, non fa che pensare: dov’è’ finito? non può essere sparito così:
Whatever I am doing, wherever I am, I am thinking: Where is he, where is he? He can’t have just vanished. He must be somewhere.
La sua assenza da casa ha però logorato il rapporto con Agnes, e ora entrambi cercano di elaborare il lutto, questa cosa così grande, senza istruzioni e senza guida, e ciascuno a modo suo. William riparte per Londra, trova rifugio e conforto nella scrittura di Hamlet, l’Amleto, e prova a metter su l’opera teatrale, in un misto di disperazione e angoscia, ma soprattutto di caparbietà e di testardaggine. Una sera, disperato e arrabbiato, si affaccia sul Tamigi e recita: “to be or, not to be, that is the question”. William elabora la morte del figlio in un modo completamente diverso da Agnes, e non lo avevo messo del tutto a fuoco, ma all’inizio la cosa mi aveva turbata un po’, facendomi persino mettere in discussione la performance di Mescal. Ma credo invece che il punto sia proprio questo: non c’è un modo solo, e tutti i modi, a modo loro, possono avere il sapore dell’amore. William sopravvive alla morte del figlio scrivendo una tragedia che ha per protagonisti vite spezzate dalla morte e spiriti che non trovano pace. William sopravvive alla morte del figlio scrivendo un’opera che ne porta il nome1.
Agnes va a Londra a cercarlo, e non trovandolo si dirige a teatro, dove scopre esserci la prima di Hamlet. Questa scena qui, gli ultimi quindici minuti della pellicola, sono l’altro motivo per cui questo film va guardato al cinema. Gli ultimi quindici minuti sono un’opera dentro l’opera, Hamlet dentro Hamnet; Agnes - Buckley - non proferirà più parola. Non dirà più nulla, perché non c’è più niente da dire. Si farà spazio tra la folla, prima arrabbiata, poi incredula, ed infine enormemente commossa. Si porterà vicino al palco, così vicina eppure ancora troppo lontana. E con grande, immensa, generosità, la regista, Zhao, porta lì anche noi, in quel posto, vicino a lei. La voce - nel silenzio che rimane nelle battute di Hamlet - si fa corale, sussurra e sancisce, legittima e perdona, crea e unisce. È una voce che - al di là di ogni umana aspettativa - finalmente guarisce.
Lo sguardo di William incontra quello di Agnes, e i due piangono, e mi è piaciuto pensare che si stessero perdonando a vicenda anche se forse non c’era niente da perdonare. Mentre Hamlet sul palcoscenico incontra il suo destino, morendo, Agnes ha una visione di Hamnet, undicenne, in vita, dapprima triste e poi, finalmente, mentre accenna un sorriso, prima di sparire in una grotta, in una foresta, che forse è dove vanno a finire tutti i cuori che battono.






Questo film è un capolavoro per tantissimi motivi. Potrei scrivere tanto della luce, dei colori, della fotografia. Della musica, mio dio la musica. Credo di amarlo profondamente, però, perché mi ha lasciato un grande senso di speranza e di calore. Hamnet mostra - senza spiegare e senza urlare - che l’arte è l’unico mezzo che abbiamo per oltrepassare il confine della morte e sopportare l’incertezza della vita. Dinanzi alla soglia che separa la morte dalla vita, dinanzi all’impossibilita di attraversarla in entrambe le direzioni, Hamnet ci dice che sì, nell’arte e nelle parole, nella bellezza e nella creazione, è possibile illudersi che si possa passare dalla vita alla morte e poi ancora dalla morte alla vita.
Che non c’è altro modo di attraversare le fiamme se non con il cuore aperto, con il cuore acceso.
Acceso come il cuore di mio nonno, con le sue poesie sopravvissute alla fine.
Cose che ho letto, visto, sentito
Per riprendervi dal film, guardatevi il cast che balla sulle note di Rihanna, vi serve, giuro.
Ho visto Train Dreams. Mi è piaciuto moltissimo.
Una puntata di “Ma parla di me?” tutta su Dawson Leery. Ne avevo tanto bisogno. Grazie, Giovanna Errore, per averla scritta.
Se avete visto Hamnet, fatemelo sapere! Fate ə monellə <3
Hamnet e Hamlet sono lo stesso nome, come ci informa il film nei primi secondi della pellicola





Credo tu sappia nel profondo, anche se difficile da mettere a fuoco, dove arriva la tua capacità di essere una voce nitida e un cuore sempre in fiamme.
Grazie per questa condivisione 💙
cerchiamo da sempre un modo per sconfiggere la morte per poi scoprire che scrivere poesie é un ottimo tentativo. forse l'unico possibile.