Credi ai giorni, alle ore, ai minuti
Yes, it's scary. But you're brave.
this one is for you, V.
Oggi una newsletter piccola, molto piccola. Perché piccole sono le mie energie, e i miei pensieri troppo grandi e confusi per prender forma battendo sulla tastiera di un computer. È una newsletter che dedico alle mie sorelle di tumore - you know who you are - non me ne voglia il resto di questa bolla di lettori e lettrici.
Oggi mi sono svegliata pensando a quella storia del cancro, sì sempre quella. Ci ho pensato perché nelle ultime settimane tre persone - tre donne - mi hanno scritto dei messaggi di amore e terrore, che sono due modi diversi a volte di dire la stessa cosa. Nella ricerca di conforto, di comprensione, di compagnia, ci siamo dette molte cose che hanno il sapore della scoperta, anche se spesso non ne abbiamo nessuna voglia. Di scoprire le cose, dico. Di inventare modi nuovi di stare al mondo. Di allungare la vita nonostante la paura, forse anche attraverso la paura.
Mi rendo conto che è complicato per tutte - per ciascuna in modo diverso; eppure, per tutte in modo uguale.
Io negli ultimi mesi ho spesso spostato lo sguardo di proposito: pensa ad altro - mi sono detta - fai altro, vivi di altro, nutriti di altro. Non so se sia stato un bene, onestamente. Mi pare spesso di sentirmi come quando si fa il morto a galla, avete presente? Allinei il corpo con l’acqua, e l’acqua ti sorregge la schiena. Apri le braccia, ti lasci andare, chiudi persino gli occhi, e la corrente ti culla. Sarà che l’acqua è proprio il mio elemento naturale, ma non mi serve molto per ricreare quel moto lì: la sua assenza nel corpo e il suo ritmo dietro le pupille. Ogni tanto però hai bisogno di sapere dove ti trovi o quanto in là ti sei allontanata. Da piccola quando facevo il morto a galla (che è un’espressione orrenda, me ne accorgo solo ora) dicevo sempre a qualcuno nei paraggi - ogni tanto toccami, eh. Una mano sulla spalla, dietro la nuca, un ticchettio sul piede: sono qui, sei qui, ancora al sicuro.
Parlare con altre donne che hanno vissuto l’esperienza di un cancro al seno, o un’esperienza oncologica in generale, mi lascia un po’ questa sensazione qui. Galleggiando su un bacino d’acqua troppo grande - uno che ancora non è nemmeno stato mappato del tutto - proviamo tutte a rilassare muscoli e intenzioni. Insieme, e intanto da sole. Ci chiediamo aiuto a vicenda - ogni tanto toccami, eh. Ricordami che sei lì anche tu, sull’acqua, e già che ci sei dimmi dove sono, dimmi che sono al sicuro. Mi viene sempre un po’ da ridere quando sono io a ricevere la chiamata di SOS: cosa potrò mai offrire, a queste donne qui? con quale coraggio, con che onestà, posso guardarle in faccia e rassicurarle? come posso dire che andrà tutto bene - credendoci - quando ogni volta che mi fa male la schiena penso che ho delle metastasi alle ossa e che tanto sto morendo? cosa posso offrire, a questi corpi trasformati, a questi cuori affaticati?
ogni tanto toccami, eh. sono qui, sei qui, ancora al sicuro.
La guarigione ci vuole grate, felici, profonde. Migliori, migliorate, rinnovate. Nei volantini pubblicitari della remissione da un cancro ci sono slanci nuovi, seconde possibilità, e amori ritrovati. Soprattutto quello per noi stesse.
Ma se io mi stavo già sul cazzo prima, figuriamoci adesso.
La realtà è molto meno glamour, meno luccicante e sicuramente meno ispirazionale. La realtà è un continuo check-in per essere sicure di non esserci allontanate troppo, di non stare andando alla deriva, di essere ancora in tempo per tornare alla sponda. Sulla terraferma dove la vita è fatta di orologi e scadenze, tante domande, qualche risposta, diversi gradi di velocità e resistenze varie. Ogni tanto ci incontriamo anche lì, fuori dall’acqua, in posizione eretta, coi corpi asciutti, umane tra gli umani. Ma anche lì, lì dove l’acqua non esiste, anche lì è come se stessimo aspettando una cosa che tarda ad arrivare. Un treno che non è annunciato su nessun cartellone.
Cosa posso offrire, a questi corpi trasformati, a questi cuori affaticati?
Non lo so. Forse soltanto queste parole. Che forse daranno conforto e forse no. Forse provare a capire quello che siamo diventate, quello che stiamo diventando, forse questo è uno sforzo troppo grosso e non merita le nostre energie. Forse dovremmo solo aspettare qualche tempo ancora, assicurarci di saper tornare alla riva, e poi vederci tutte da qualche parte, abitare lo stesso spazio per qualche giorno, aggrapparci a noi stesse come ci aggrappiamo alla vita.
In mare, sulla terra, poco importa - basta che siamo insieme.
Intanto, come scrisse quell’adorabile uomo che era Cesare Pavese:
Non credere alle soluzioni, alle decisioni, alle grandi crisi: credi ai giorni, alle ore, ai minuti. Tanto, per grave che sia una crisi, una decisione, ti tocca pure vivere le ore, i giorni, e i minuti, e questi li vivi naturalmente - come Melanctha fino a che non morì.
Ecco, la storia di Melanctha - sarò onesta - non me la ricordo tutta, ed è passato troppo tempo dall’ultima volta che ho letto "Tre vite" di Gertrude Stein (tradotto in italiano da Cesare Pavese). Una cosa però me la ricordo bene: Melanctha Herbert alla fine della sua storia muore, sì, ma mentre è viva è bravissima a galleggiare su mari inesplorati e a camminare, anche zoppicando, su terre mai battute prima.
Per gravi che siano le nostre crisi - sorelle mie - ci tocca pure vivere le ore, i giorni, e i minuti. Se la nostra è vita sulla riva del mare, sull’argine del fiume, allora è lì che vivremo.
Cose che ho letto, visto, sentito
Due settimane scrivevo a lei: "ho appena visto un reel che spiegava perché expat è una parola razzista". Di questa parola - e altro - ha scritto Alice Orrù nell’ultimo episodio della sua newsletter. Mi ha assolutamente spezzata una delle immagini, dovete andare a vedere per forza.
La forma dell’assenza. "sometimes loss doesn’t arrive as information. it arrives as a feeling that settles into your chest before your mind can catch up." mi piacerebbe riuscire a scrivere così.
Tre vite (tre esistenze) si può leggere qui.
ehi, vvb, fate ə monellə :)




non mi hanno confortato singole parole che hai scritto, ma la bellezza del loro intreccio. Forse l'immagine del -morto-a-galla- può essere anche una tipula (ho cercato) che si appoggia al pelo dell'acqua allargandosi e stando stabile sulla superficie. Lo stagno diventa basamento liquido grazie alla sua leggerezza (grazia?) della tipula, creando un rapporto sostenibile con l'acqua. La tipula rotea su sé stessa, perché piccole correnti le si muovono attorno, inesorabili. Quest'ultime sono anche i minuti e le ore, credo...
Quanti abbracci ti mando 💚