Anche i cactus hanno il cancro
Tre cose che ho visto. Fiori, dinosauri, piante, e intelligenza distribuita. Un giardino di cactus crestati. Forse, un altro modo di pensare al cancro.
mi troverai ad ascoltare gli alberi
le cose che non sono urgenti
mi troverai a contare i fulmini
e a deviare i torrenti
come fossero i nostri destini
Fiori, dinosauri e piante
L’anno scorso sono andata al cinema a vedere "Fiore mio", il docufilm di Paolo Cognetti. Mi era piaciuto tutto. Mi erano piaciute le montagne, i colori, e la fotografia. Mi era piaciuta la scrittura di Paolo Cognetti e la sua regia, mi erano piaciute le musiche di Vasco Brondi, e "le cose che non sono urgenti". Ero uscita dal cinema con un grande senso di conforto e di sollievo, commossa e grata per alcune parole che - a distanza di un anno - ricordo ancora alla perfezione:
dove qualcosa scompare però c’è qualcos’altro che arriva;
non siamo noi a dover salvare le montagne, sono le montagne che possono salvare noi
I ghiacciai che si sciolgono, i disastri ambientali, le guerre che dilaniano popoli interi. Saremo noi a non esistere più, forse, ma la natura e la terra sono molto più forti, testarde, e intelligenti di noi. E così la vita tornerà a fiorire anche senza di noi, come fanno i fiori ad alta quota, in montagna, tra le rocce, lì dove non dovrebbero stare. Eppure, stanno.
Del resto - circa duecentotrenta milioni di anni fa - una serie di eruzioni vulcaniche sul nostro pianeta ha surriscaldato la terra così tanto al punto da far piovere ininterrottamente per un milione di anni. Un milione di anni di pioggia per riportare le condizioni sulla terra a un livello sostenibile per la vita, spianando di fatto la strada ai dinosauri e al loro impero durato poi ancora centinaia e centinaia di milioni di anni. Queste cose le ho imparate guardando questo documentario sui dinosauri e ogni volta che la voce narrante parlava di "milioni di anni", io sul divano provavo a sentire nel corpo e nella testa che cosa potesse significare, ma davvero con nessun risultato. Non ne abbiamo contezza, e non ne possiamo avere contezza. Nuovamente mi è assalita però quella sensazione di calma, quasi di pace, di sapere che in fondo, nello schema delle cose grandi e maestose, siamo davvero poca cosa. Poca, pochissima cosa.
Un paio di settimane fa, invece, ho visto la terza puntata del nuovo programma di Rai Cultura, "La pelle del mondo" (sembra essere un periodo di natura e bioetica, per me - non so che dirvi, onestamente). La puntata si è aperta con una domanda - provocatoria - ben precisa: le piante non hanno un cervello, ma questo basta per escludere che posseggano una qualche forma di intelligenza? Vi rovino il finale: la risposta è ovviamente no. Mentre gli esseri umani possiedono un centro di comando unico, localizzato nella testa - il cervello - le piante hanno piuttosto un’intelligenza distribuita e di rete, una sorta di "cervello diffuso" attraverso il quale percepiscono l’ambiente, elaborano informazioni, e cooperano persino tra di loro. Questo tipo di organizzazione rende le piante estremamente resilienti: anche quando privata del 90% del suo apparato radicale, una pianta può continuare a vivere. E può farlo perché il suo modello evolutivo è modulare: le funzioni di una pianta sono distribuite in tutto il suo "corpo". Lo stesso non può dirsi ovviamente degli animali, compresi noi esseri umani, per definizione indivisibili (che in verità è proprio il significato di individui). Il nostro funzionamento dipende da organi specializzati - il cervello, il cuore, i reni, il fegato - che non possono essere danneggiati.
L’intelligenza distribuita propria del regno vegetale, unita al fatto che una pianta non è un individuo, ma vive in quanto colonia, in quanto parte di una rete, ha anche sviluppato nel corso di milioni di anni un modo di abitare il pianeta basato sul mutuo appoggio. Gli alberi più grandi si prendono cura di quelli più piccoli, e quelli più piccoli vengono nutriti dalla comunità fino a quando non sono grandi abbastanza da intercettare la luce e fare la fotosintesi. Insomma, le piante sovvertono la nostra idea di intelligenza - un’idea gerarchica tutta umana - e ci insegnano che essere intelligenti non vuole dire necessariamente essere dominanti. Sopravvive (e vive) chi riesce a mettersi in rete.
Un giardino di cactus crestati
Ora, mentre scrivo mi rendo conto che avrei tutta una serie di cose da dire su come preferirei (sentir) parlare di più di intelligenza distribuita e decisamente di meno di intelligenza artificiale, ma lascerò questa questione per un’altra puntata.
Sentendo parlare dell’intelligenza delle piante e del loro modo di stare al mondo - nella cooperazione e in relazione con l’ambiente che le ospita - mi è tornato in mente un articolo di Sofia Belardinelli, dottoressa di ricerca in etica ambientale a Napoli, che avevo letto (ancora l’anno scorso) dal titolo "Pensare come un tumore". L’ho riletto a distanza di un anno, e ci ho ritrovato delle cose che non avevo pienamente compreso o sentito prima. Forse non ero stata in grado di accoglierle, semplicemente.
In sintesi, l’articolo presenta un cambio di paradigma nella comprensione e nella cura del cancro, proponendo una nuova linea di ricerca che mira a capire il cancro come si capirebbe un ecosistema, per imparare a gestirlo anziché combatterlo. La premessa della linea di pensiero presentata è che il cancro è onnipresente nel mondo vivente: anche le piante, in quanto organismi multicellulari, hanno il cancro.
Nel 2019, al Biodesign Institute presso l’Arizona State University, è stato piantato un "giardino di mostri": si chiama "Endless forms most beautiful" (Infinite forme bellissime), ed è un giardino popolato da cactus. Non sono però dei cactus regolari; si tratta infatti di cactus crestati, piante con una serie di creste - anche chiamate fasciazioni - che crescono alla loro sommità, rendendole speciali, in qualche modo bruttissime eppure forse anche belle. Queste "deformazioni" non sono altro che tumori.

Il giardino fa parte di un progetto artistico dell’Arizona cancer evolution center, e ha lo scopo di testimoniare una cosa banale, banalissima, eppure molto poco nota o ricordata: il cancro ha molto a che fare con la natura pluricellulare degli organismi, e in quanto tale si trova ovunque, è presente in tutte le forme di vita. Sul paper che descrive il progetto artistico si legge (traduco io in italiano):
Approfondire la natura del cancro e il suo rapporto con la vita pluricellulare può aiutare i pazienti oncologici e le loro famiglie a vedere la malattia sotto una luce diversa - e a esplorare un approccio terapeutico alternativo, orientato al controllo del cancro piuttosto che alla sua eradicazione.
Infatti, l’altra peculiarità di questi cactus è che - nella grande maggioranza dei casi - riescono a tollerare le formazioni tumorali; il cancro, insomma, non le uccide, ma le piante riescono a conviverci per molti decenni. Il giardino non vuole creare un’occasione per riflettere sul cancro in quanto malattia - esperienza che rimane unica, intima, e spesso traumatizzante - ma piuttosto sul cancro come problema scientifico da capire e da risolvere. Guardando queste piante, in questo giardino che mostra che il cancro è parte della vita e non il suo opposto, si riesce per un momento a immaginare un futuro in cui il cancro non è più una malattia acuta, letale, anche a tratti un po’ misteriosa, ma una condizione cronica e gestibile.
Ripensare il cancro
Da questo sforzo di immaginazione nasce una linea di ricerca relativamente recente, una prospettiva ecologica ed evolutiva, nota con il nome di "adaptive therapy", terapia adattiva. L’idea generale è la seguente: i trattamenti tradizionali per alcuni tipi di tumore - penso alle chemioterapie che ho fatto io, ad esempio - puntano a distruggere quante più cellule tumorali possibile, usando dosi massicce di farmaco. Il problema principale in questi casi è che spesso alcune cellule sopravvivono - vi ricordate che vi avevo parlato delle cellule dormienti? - e diventano resistenti al farmaco; spesso iniziano a riprodursi indisturbate, dando vita a un tumore più aggressivo e difficile da trattare rispetto a quello primario. L’approccio adattivo, invece, ribalta questa strategia. L’idea di base non è più quella di eradicare il tumore ma di tenerlo sotto controllo: anziché colpire il tumore con la massima potenza, si somministrano farmaci in modo modulato e intermittente, calibrando la terapia in base alla risposta del tumore. In questo modo, si mantiene una piccola popolazione di cellule tumorali in vita, e si aggiusta la terapia per fare in modo che le cellule tumorali sensibili ai farmaci prevalgano su quelle resistenti. Il tumore così non diventa più una cosa da estirpare ma un problema da gestire. Scrive Belardinelli:
Guardare al cancro in una prospettiva ecologica ed evolutiva significa mettersi, idealmente, allo stesso livello delle cellule tumorali, provare a comprendere il loro punto di vista e le loro necessità.
Queste parole un anno fa mi avevano disturbata molto. Ricordo di aver provato a pensare al cancro come parte della mia natura - della nostra natura di esseri pluricellulari - ma l’esercizio mi aveva disorientata, lasciandomi dentro un grande senso di sconforto. C’era ancora l’idea - da qualche parte dentro di me - che la storia della mia malattia fosse una storia di difetto, di errore, di stranezza, di sbaglio. E so che lo è - in parte lo è - ma forse non è così strana, aliena, lontana, come pensavo che fosse. E sicuramente ha senso che sia adesso, il momento in cui riesco a scrivere di un modo diverso di guardare le cose: ora che è arrivata la remissione, anche se le cicatrici sono fresche e il terrore di una recidiva sempre presente. O forse proprio a causa di queste cicatrici e a causa di questo terrore.
E allora ho ripensato ai fiori e alle piante, ai dinosauri, anche, a quella volta in cui è piovuto per un milione di anni. Ho pensato al tempo del mondo, a quello lungo e grande, largo e lento, lentissimo, quello che non capiamo e che non possiamo capire. Ho pensato a quella convinzione tutta nostra, di noi esseri umani, di crederci al di sopra di ogni cosa, al di sopra del resto, della terra, della vita, del mondo intero. Ho pensato a quel giardino pieno di cactus, a quello che mostra che il cancro è parte della vita, e non il suo opposto e non il suo rigetto. Vita che sfugge alle equazioni e agli equilibri, forse, ma non di certo meno vita, non di certo meno dignitosa e non di certo meno reale. Ho pensato che forse potrebbe proprio aver senso considerare il cancro come parte della nostra storia biologica - nostra in quanto specie, con le nostre cellule e le nostre vulnerabilità - e forse ha senso soltanto se siamo dispostə a ridimensionare quello che siamo.
Fiori, piante, dinosauri, e piogge lunghe un milione di anni.
Forse non salveremo niente.
Ma forse ci salverà uno sguardo più lungo, più largo, più lento del nostro.
Cose che ho letto, visto, sentito
La frase in apertura arriva da "Ascoltare gli alberi". Vi lascio anche "3000 metri": "ma in alta quota hai quei sogni ricorrenti / stupefacenti".
Se siete appassionatə di dinosauri, ho il sito per voi :)
Un viaggio senza fine nel mondo vegetale: un giardino virtuale digitale che cresce all’infinito.
A presto, e fate ə monellə <3




Cara Paola, le tue parole mi colpiscono sempre molto. Grazie molto per questi tuoi scritti. Ti ammiro molto. Ci aiuti a vedere con una prospettiva diversa. Grazie.
mi sono fermata solo perché io sono al secondo episodio de La pelle del mondo. Mi metto in pari e ritorno da te.